Oltre

1990

 

Home  Biografia  Discografia  Testi


Cucaio viene dal mare

Cucaio viene dal mare. Come l'umanità. Anche il cavallo vi nasce. Poseidone scagliò il tridente su uno scoglio. Ed ecco il cavallo e il suo sangue spagnolo e il lamento flamenco di Cucaio nell'attesa di un domani che non c'è. E non c'è tenerezza e indulgenza ma solo una danza selvatica e aspra tra Cucaio e la donna sciacalli di baci nudi dissolti dopo l'amore quando non hanno più un corpo perché tutto si è sciolto nella tensione dei muscoli nel gusto scorza di un frutto di savana di macchie avide sul collo che scende e sale dalla bocca alle reni nello scoppio del piacere fiume che prosciuga la faccia si libera in una smorfia gitana i fianchi che cedono vinti e si allargano a ricevere un respiro più ampio dell'aria e si è più spogli dei nudi. E la speranza è una notte troppo lunga. Il letto un nido caldo e i due come pugili che si abbracciano sfiniti l'hanno girato più volte seguendo i quattro angoli della solitudine. Il letto è in un ventre di balena. Cucaio si chiuse a chiave e la perse. E venne su tra donne odorose. Qualcosa di allegro e 1930 insolite insolute insalate capricciose ombrosità di ascelle voci a colori streghe e fate bambine di cortile vento di ginestra peccati tolti con lo smacchiatore silenzio di occhi cuori nella tormenta l'improvviso. Donne per tutta la vita con i capelli raccolti che poche volte controvoglia scioglievano rivelazione come vederne gli altri peli. Cucaio nel tempo ha avuto altre donne. Sue. Le ha avute senza volerle senza cercarle. Senza capirle. Cucaio ha l'amicizia di altri uomini. Marinai di marciapiede naufraghi aggrappati a un tavolo che galleggia nel vino cowboys che sparano tappi e le solite cazzate di sempre. Dio quante sono le donne. Se si potesse di tutte farne una sola. Ma neanche quella sola c'è. E dove prenderle adesso le buie baiadere le belle caballere. Sono cani da caccia che degli spari han paura. Pirati senza navi corsare. Guerrieri senza compagne. In tivvù le pattinatrici tagliano un'aria di ghiaccio. Un giorno prenderanno marito e con la stessa grazia ripiegheranno le ali. Cucaio e la tribù s'abbracciano ballano folli scimmioni e lasciano in terra impronte goffe sguaiate sciagurate. Si bastano. Le donne sono lontane. Come sempre. Le donne sono oceani ignoti sogno di navigante Ulisse Simbad Gilgamesh rassegnato a non saperle. A smarrire la rotta confondendo poppa e prua tra capelli indiani occhi venezuelani sopracciglia d'oriente caviglie zingare piedi africani labbra arabe seni tahitiani gambe andaluse fianchi tropicali. Così continua a navigare. Il mare il cielo il cuore. Ci sarà mai abbastanza posto per starci in due? Lui uomo di un'isola in cerca di un'isola donna un'isola di silenzio di pace un'isola dal rumore del mondo. Ma anche i continenti sono isole anche la terra le galassie nell'universo e lo stesso universo. Cucaio naso di falco ha altre domande. Perché il cielo è così azzurro di che colore è l'aria e se esiste per davvero se la luna ha veramente occhi naso e bocca se un'isola sta a galla sull'acqua o riuscendo a leccare le nuvole di che cosa sanno se si può scavare un pozzo fino al centro della terra e poi uscire dall'altra parte se il mare è maschio o femmina se i cavalli delle giostre di notte corrono le praterie se i pesci e i coralli hanno mai visto le montagne perché l'acqua non si può tagliare e perchè il cuore batte e se il suo avrebbe mai battuto una guerra nuova e perché non ci sono due soli ognuno in una metà di cielo così sarebbe sempre giorno e perché se l'infinito esiste non è anche dentro di lui. Cucaio restava così per ore naso di falco a becco in su. E intorno campagne e erba che cresceva come i suoi capelli sul sentiero del sole e del serpente contadino. Cucaio il piccolo guerriero naso di falco si è fatto grande e non ci sono più legni inarcati da cavalcare canne per pifferi e cerbottane pietre pronte nella mano contro fantasmi lucert6le indiani nemici cavalieri neri soldati blu. Chi gli insegnò la paura? Quando imparò a riconoscerne l'umido filaccioso odore negli altri? Quando provò il primo mal di esistere ascoltando teso il battito del cielo e il silenzio del cuore? Perché non seppe rispondere alle mille domande mille aghi che gli trapassavano la mente? Heysel Italicus Timisoara Ustica Chernobyl Medellin. E perché si cresce e si capisce di un uomo contro un altro uomo contro le bestie contro gli alberi? E perché la gente sta male pulcinella in corsie d'ospedale larghi pigiami silenzi d'ossa strappi di catarro. Anche sua madre crepava di coliche tra le coperte ammalate e il comodino di povere cose e il puzzo e il letto dove ieri uno c'è morto e l'altro che sta per morire zoccoli di portantini e l'infermiera fine delle visite. Cucaio cerca di nascondere un cuore delicato. Che vuoi di più che vivere con l'unico guaio delle nubi con mille piccoli atti di coraggio e un fondo di viltà e non t'importa di chi soffre se è lontano e sconosciuto. Di chi muore. Ainu Akha Lacandon Tasaday Nambikwara Gond Maori Masai Kuna Hopi Yanomani Semang Onge Kogi Waorani Penan Caingua Veddas Sammi Caraja Inuit Abbos Tuareg Jurana. Cucaio ha visto la disperazione senza bocca la pena senza occhi. Occhi di suo figlio gli ultimi dietro la finestra quando partiva occhi della sua compagna che non lo riconobbe più occhi come sotto un bombardamento occhi vuoti occhi svitati occhi di febbre occhi suicidi occhi mongoli. Se fosse capace di amare quelli di cui non s'innamora nessuno se sapesse guarirli con elemosine di cielo portarli dove il vento s'acquieta. Se crescesse acqua dalla luna. Una luna soldo lanciato in aria perché cada giù dalla parte buona quella a smalto. Stralunarla quella luna con polsi di pietra e un cuore alato. E se potesse fermare l'urgenza di quel suo cuore il cuore di un uomo a metà. Cucaio s'accorge d'essere immobile. Accovacciato con il tamburo. Solo il tempo si muove e porta le persone le storie e quando il suo tamburo suona lo stesso ritmo lo stesso canto di un altro allora si prova amore si diventa amici compagni fratelli figli padri si vuole bene a un luogo a un momento. Alberi si fanno incontro presentimenti ombre fantasmi della strada figure fisionomie care da prendere e lasciare. E tutto torna e tutto passa anche le cose cambiano per vivere e vivono per cambiare il mare si alza e si abbassa e mai una goccia si va a perdere. E una storia è già finita quando c'è più paura di perdersi che voglia d'aversi così diversi sulla soglia dell'abbandono. Cambiano gli attori le scene cambiano le battute e i battuti. E la banda sfila via. Il suono si sfalsa si distacca si dissolve. Battono i tamburi battono più lontani. Il tempo se li riprende senza aspettare. Cucaio potrà incontrarli ancora in un altro luogo in un'altra età'? Così resta con il pulsare del suo unico tamburo. Un sogno di tam tam e di pestelli che segnano il ritmo di battaglia e della fame scacciata. Che cos'era? Un vigore denso un'intonazione nulla un canto di preghiera roco sotterraneo che piano dai buchi della testa morse come fuoco di un'alba primitiva vento caldo a raspare ruggine di capelli acacie dalle mille foglie omeri lunghi di uccelli piumati prime idee del mondo a togliere arsura dall'argilla delle labbra rugiada malva e miele di selva si gonfiarono vene di sentieri rossi tra l'ombra dolce dei fichi tra le alte erbe del sonno fresco respiro di gazzelle acerbe gambe e scese rapide nella gola di saliva e schiuma lungo un collo di puledro fulmine perle di cedro sulla fionte unta di sole un bucato di nuvole sciorinate sugli stenditoi del cielo. Cucaio crede che c'è un luogo per l'anima. Il nido delle comete la piana dei cavalli bradi la stanza del grano e dei raggi a rastrello. La vecchia rugosa rinoceronta africa anima del mondo intero. Suo mistico mistero. Che il cielo la sfami che la disseti. Che la liberi. L'Africa vù campà vù tornà Che il cielo la lasci lì dov'è dove corrono le nostre anime. Cucaio ricorda un suono una vibrazione nuda un'innocenza nera calma di crepuscolo lucenti lamine di palma le sue braccia ambra scura corteccia e i suoi nervi si scossero come antenne bruciati sicomori di sciamani svelti tendini di cervi rami contorti a tenere su i pensieri sciami di locuste e sogni d'aria contro i fianchi caimani nel limo i pugni si serrarono e un'energia giù nel sesso di ramarro e nelle cosce ebano e nei piedi come granchi a fuggire maree la molla delle caviglie scattò fino all'aderenza al contatto su quella terra. Cucaio le lasciò l'acqua della sua anima africanima. Cucaio sa che le radici della nostalgia non si fanno strappare. Che ci si resta attaccati per sempre. Cucaio aveva desiderato volare solitario alto come un falco là dove solo il falco va. Ma era ancora un pulcino bagnato arruffato che appena rotto l'uovo fa i primi passi incerti a percorrere la vita e subito vorrebbe rientrare nel guscio. Così del falco pur non avendo le ali ebbe il naso. Cuore all'assalto saliva sugli alberi in un tempo freccia e arco per vedere oltre i confini del mondo. Dove un sogno era libero e l'aria non era cenere e non c'erano strade per perdersi come nel mare e nel cielo. Adesso pensa a una casa in alto magari avere una sedia sopra tutto il resto e lui sentinella. A vegliare con la sua lancia sul sonno degli uomini e della sua donna. Cucaio è più vecchio ha dormito qualche anno in più. Quando lei si sveglierà smetterà per un po' di attendere. Intanto la spia per tenerla con lui prima ancora che lei il suo animaletto ci sia. Il corpo placato pieno di ombre sottratte al mattino. Lentezza antica nell'aria paziente porosa buccia d'arancia. Sfumata nel buio che le attraversa i capelli mare di alghe. Adolescente amazzonica peluria nel solco della nuca sulla morbida curva del sedere. La schiena che le tiene l'anima stretta al sicuro le braccia colme di seno le narici che Dio le benedica è da lì che prende la vita guance di pane caldo ancora nel forno della notte. Ho lasciato la luce accesa l'ho scordata pensa Cucaio. No è solo il sole. E solo di sole poter vivere. E di quella bocca comprata al banco dei fiori. Di quel cuore fresco di cantina di quelle gambe rami forti e umido fieno del suo corpo rubato ai pittori del suo cammeo. Di quegli occhi olive dolci e mandorle amare. Misteri oltre le ciglia. Una donna che dorme è una bambina e ha negli occhi chiusi la purezza dell'impossibile. Se un giorno sapesse lasciarla l'amerebbe di più. Perché lei non sia mai un ostaggio consegnato a questo tempo di passaggio. Mai un tatuaggio a far fiero il suo selvaggio petto. E intanto restando la lascia nascosto dietro a cespugli di pensieri muri di parole taciute. Anima in pena che porta via di contrabbando. Giocando a fuggire a coprirsi dagli sguardi del mondo e se questo mondo si girasse dall'altra parte. Se andasse via da sotto il letto pronto a coglierlo in flagrante crimine d'affetto. Poter diventare invisibile a tutti e a lei astuta scimmia oscura tessitrice di ricami e trame d'oriente sentinella delle sue frontiere finanziera vecchia volpe grigia rossa russa giocatrice di scacchi. Cucaio non vuole nessuno che comperi le sue infelicità. Le sue ferite. Non sa piangere davanti alla tristezza ma solo all'onestà. Se gli altri lo amassero senza pretenderlo senza cercare di vedergli le carte. Se non chiedessero dov'è. Dacci oggi il nostro disco quotidiano dai la mano dai un bacetto a mamma e zia dì la poesia da quanto non ti confessi dove vai che fai dicci di che segno sei stai sull'attenti che disturbi lamenti dai le generalità dacci le tonalità. Cucaio non c'è fuggiasco pellegrino della sua stessa solita. Dicono che ha un brutto carattere. E' un bandito. E' rimasto in guerra a combattere. E' sfollato. Sta sui monti. E' imboscato, Ha saltato il muro del carcere. E' braccato. Sta in un buco di affittacamere. E' sbandato. E' chiuso in bagno a leggere. Strimpellatore eroe santo e martire. Sarebbe bello a un certo punto del cammino laddove sono vere anche le sue bugie fermarsi svanire. Non dar più notizie non contar più che per se stesso. Per essere se stesso. Cucaio voleva essere un mago regalare stupore alla gente avvitarne i colli sbalordirne i respiri incantare ragazze e serpenti mangiare fuoco come un giovane drago far sulla corda salti da capogiro gettarsi a vuoto nel telo del lungo inverno della vita mettere la testa nelle bocche dei leoni camminare sulla punta delle dita lanciar coltelli e sguardi di gelo agli occhi meravigliati dei presenti passare attraverso muri e tenebre sfidando la morte senza paura far apparire un pezzo di cielo per chi non l'aveva un pifferaio che sa stregare il mondo e tutte le sue creature un tuffatore in alto un trovatore perso un equilibrista squilibrato un domatore vinto un cantastorie muto. Cucaio sperò d'essere un artista. Uno di quelli che non diventano mai grandi che camminano le vie ribelli stelle di stelle sudici eroi. Che non vivono la vita di tutti ma la vivono per tutti sacerdoti della fantasia custodi della follia. Qualcuno li cresce li nutre soli diversi lontani dalla comune rottura di scatole del mondo dalla vecchiaia dalla morte. Sì. Essi non vivono mai veramente ma neanche muoiono mai. Cucaio è stanco. lì suo pianoforte è una dentiera che ha smesso di ridere. Butta giù un bicchiere un'altra clessidra rovesciata di un altro tempo che va. Si chiede in quali parole fuggirà. E queste parole non dicono da sempre la stessa cosa? Non sarebbe più giusto esser più brevi asciutti fino a tacere del tutto? Una donna che avesse la voce di mare potrebbe salvarlo. E un sorriso negli occhi due lune e un'aurora boreale. E una canzone che si fa largo nel fumo di tante sere che battono il ritmo con monotonia. Lei ha un timbro dolce e agro guarda il microfono lo culla e ci soffia dentro suoni d'uccello. Avanti e indietro lo sgabello e la magrezza di quel corpo. È giovane ma e come se avesse una vita più vite intere a scolorirne gli occhi negli occhi di Cucaio e una calamita è la distanza fra i due. E lei prende fiato su dritto al soffitto e le bagna la gola una lunga tremante urlata parola ruvida. Può il cielo finire qui? I fiori recisi continuano a profumare. Può il mare fermarsi prima dell'orizzonte? Anche le stelle bruciate morte viaggiano per l'eternità a illuderci che per sempre c'è una luce su chi non sa più cantare. E sola quando tutto si spegne. Anche Cucaio che non ebbe fratelli e sorelle e come compagno prese se stesso. E un certo mal di vivere. Ore a pancia sotto quando il pomeriggio si sbriciolava in polvere d'inverno e un treno elettrico girava e se si rovesciava ci soffriva un po’. Quando la musica della fine delle trasmissioni invadeva la cucina e una tristezza sottile un panno gocciolante s'impadroniva di lui. E non sapeva dargli un nome. E del suo piccolo petto. Nel petto un canto un canto nella gola la gola in un collo un collo da ragazzo un ragazzo fra tanti ragazzi in una piazza una piazza nell’aria nell’aria uno sparo uno sparo nel petto. Tienianiente. Cucaio non vuole scordare. I suoi ricordi sono acqua e l'acqua è memoria. Dovunque passi ogni cosa sfiori bagni l'acqua porta via con sè l'aver saputo e lo conserva. Anche le lacrime sono acqua. E il pianto non si beve mai in compagnia. Se non ci fosse il ricordo non ci sarebbe il dolore. E il dolore è come lo sforzo e il vino. Fa male il giorno dopo. Cucaio il giorno dopo un anno un secolo dopo tieneamente. Tienanmen. E uno sparo nel petto. Non sa più niente. Non ha parole. Un lamento forse più zitto del silenzio appoggiato sulle braccia del vento come tanti poveri Cristi sul grembo di tante Marie di Michelangelo. Cucaio sa che nei crimini di massa i carnefici son tanti la vittima è una sola. Sempre la stessa. Milioni di poveri Cristi chissà finalmente sereni. Passato il dolore si dorme. Cucaio sa che per un uomo è duro cantare una ninnananna. Anche la donna ha smesso di farlo. E tutti si accompagnano fuori. Le stelle scendono dal palco vanno a popolare i sogni della gente. Non c'è solitudine quando si è soli. E poi Cucaio ha due amici. Per il buono e cattivo tempo. Due compagni orecchie a punta con cui consumare strada. Lei è una taccagna culona invadente rumorosa indolente pallosa civetta esagerata benedetta così accidiosa che è sempre stata vergine. Non è mai cresciuta se non di peso e di altezza per il resto ha sempre terrore del vento e dei temporali. Lui è un arcano signorino taciturno angoloso un po' fregnone incazzoso barone bulletto sniffatore benedetto e soffre il mal di macchina. Non ha mai smesso quella sua così unica malinconia se non per qualche inatteso cataclismico persino per lui sorprendente lampo di felicità. Cucaio e i due girano per prati marane sterrati ai bordi della città mentre il cielo si smaglia dalla ragnatela del sonno. Quando la notte è passata al passivo alle sette passate oltrepasso la porta e sorpasso il passetto di passiflora c mi passo impassibile i pollici nei passanti di jeans appassiti passabili si passionale passeggio e ripasso i miei passi in un paesaggio di passeri passeggeri un passaggio a compasso in passerella nel cielo che spasso andarcene a spasso. Passo. E quanti bastoni e sassi volati in aria pronti via l'accensione degli occhi le rincorse alleprate le frenate le lingue rifiatate. Si godono il mattino felici nella coda respirando nelle ossa il cuore che suona da contrabbasso scegliendo di avere tutto il cielo possibile sopra le teste. Sarebbe meglio camminare carponi nomadi vagabondi pelosi riconoscere gli odori padroni di buche e cespugli saper le stagioni pisciare sopra i muri non lavarsi mai non essere cattivi e neanche buoni. Maledetti e senza avere regole. Uomini o animali si potrebbe star bene da uguali mangiare dormire leccarsi e amoreggiare temere un calcio una fiamma una luce magari imbarcarsi e non tornare più. Peccato che ogni tanto insieme non possano bere e ubriacarsi. Li si può vedere però sul fondale del mondo a collotorto a ululare al blu. Con la vita addosso e addosso a questa vita come a un osso da rosicchiare. Per non rubarsi mai più. Prendere la strada e darsi il via. Darsi libertà. Farsi travolgere da un vento di follia. Ognuno vento di girandole. Bambini di granai. Sogni di poeti. Stringere le mani con l'energia dell'aria e braccia come ali libere di bere giorni sere e gole asciutte di parole e musica. Spaccare il mondo in due e sputare il nocciolo. Sassi schizzati via dalle secche dell'abitudine sulla cresta delle onde un salto un altro senza fermarsi. Senza maschere. Ingenui innocenti. Senza colpa. Con il diritto all'immaginazione aria pura semplice. Il diritto all'amore fuoco robusto giovane. Il diritto alla poesia acqua buona umile. Il diritto alla vita terra fertile. Cucaio e la donna erano vivi. Di sole nella pelle e baci a sorsi piccoli di fontanelle mattino presto spiagge di nessuno code splendide di primavere stanchi di vento ma non di loro. Vivi si amavano in una casa vuota senza tende in un abbraccio come un ballo lento cercandosi l'ultima faccia. Vivi andavano mettendo nei polmoni tutta l'aria della sera come aquiloni nelle vie degli altri cercando un'emozione una paura nuova l'oscurità di portoni e in piedi lo facevano assaporando una dura affinità. Vivi senza abiti senza tempo senza altro con un cappotto sopra carezze di gambe e un cielo gonfio di pugni si rompeva giù a dirotto e metteva allarmi negli occhi e parole basse in una notte di riflessi americani. Vivi torneranno. Tra esistere e morire c'è un eterno ritornare. Cucaio pure riprende la litania del suo ritorno. Nebbiosi formicai di case. Luci false di pubblicità. Fiuta la notte una notte senza timbrare il sonno e la sciarpa del vento un'alba chiusa ostile. Puzzo bruciato di città. Fango di vie foruncolose. Pagine di libro voltate con meccanico dolore senza aver capito tutto senza rammentare. Umanità brillocca di bar. Strade di braccia siringate di disperato crack. Cucaio va prigioniero in libertà provvisoria. Ospite della sua vita. Pagarle di continuo un prezzo. Ogni giorno. Seduto dietro a una cassa a dare il resto e far del proprio meglio per sorridere. Se non gli fosse piaciuto bere avrebbe dovuto imparare a farlo. S'accorge d'aver vissuto giorni opachi come gli ubriachi usano i lampioni. Per sorreggersi non per illuminarsi. Raschi di lama sotto i tram. Tagli roventi. A rubare il fuoco ci si brucia la vita ma anche dalle ferite si respira. Voci stonate di viados. Facce piovose di murales. E se un dio o qualcun altro mandasse un segno. Ma qui Dio non c'è e il cielo è come i capelli di un vecchio pazzo con un violino aspide. Nei capelli di Cucaio criniere senza corsa nel riposo di stalle. Nervi lisciati sotto la pelle a sfaticare sere a calmarsi di sudore in fiaccole di gelo. Cavalli manciate di vento del sud che fuori muove l'inutilità delle foglie a onde improvvise di un mare giallo marrone. Orecchi a origliare un'aria di impazienza a girarli verso un qualche futuro sospeso li davanti o già dietro le spalle. Rondini croci autunnali infilano pensieri guizzi negli occhi laghi nero fondo di cavalli anime di ombre. E mai si finisce mai di aspettare provando a vivere. E un'immensa sala d'attesa il mondo e dentro le speranze di figli in prestito che presto cresceranno. Com'è duro essere nuovi avere un'altra storia. Cucaio è un nuovo selvaggio perso tra ectoplasmi industriali slogans di pubblicità inespressività displays insegne ripetitività superfici senza memoria di schermi TV piantagioni di antenne. Un cavallo potrebbe non farsi domare ma nel suo destino c'è rinuncia e sottomissione. Cucaio ama la sua donna con noncuranza stupido senza uno scopo. Si nascose in lei e la nascose al resto per non farsi trovare. Furono l’invidia del mondo. Avrebbero vinto mai contro un miliardo di persone'? Così immaginare ogni giorno un addio tra treni e facchini che sbuffano intorno. O tavoli di avanzi in un viavai di camerieri. Lei in piedi lui a levarsi dolente. Imputato alzatevi. Non ha più una mano giusta per le carezze. Non sa più bestemmiare ti amo. Non le lascerà un motivo né una colpa. Occuperà il suo armadio e il disordine dei fogli. Chiuderà la porta come piaceva a lei a far star bene la sua assenza . La vedrà passare negli occhi del cane del rimorso fedele per sempre. Si staccheranno un po’ come si unirono senza far niente perché niente c'è da fare se non fuggire lontano dove non ci si può pensare più. Finendo prima che l'amore finisca e li finisca perché non abbia mai fine. Liberi finalmente e non saper che fare. Le presenterà un amico il ricordo di lui. Il ricordo di un attimo di eterno. La perderà rassegnato costretto a ripensarla. Eppure saprebbe sgambare scalpitare scartare impennarsi sferrare calci duri come diamanti galoppare saltare involarsi. Sudare di sud di vento diventare. Andare con la voce con il cuore lungo sentieri di tornadi. Così riprende a correre l'ora del gallo uomo in cerca del suo destino disperazione spasmi di muscoli sibilo di fianchi polmoni che vanno a fuoco e gonfiano le costole di un'aria di metallo gomiti di treno piedi che si spaccano di collera come martelli sul terreno. Incontra altre tracce. Chi è andato prima di lui? O sono i suoi passi di ieri? Cucaio ha storie alle spalle. Ha segnato il suo braccio destro con una carezza di acqua bollente un portafortuna. Ha ferito un ragazzo con un sasso alla tempia. Ha dato in un tonfo di cuore il primo bacio e lei restò a denti stretti. Ha bevuto latte di cammella e mangiato riso insieme a mani nere africane. Ha fatto l'amore la prima volta senza capire bene senza guardarla mai senza saper che dire. Ha incendiato una macchina e un tempo che non sarebbe tornato. Ha visto i titani del Messico deserto il campo di Auschwitz gli spogliarelli di Amburgo. Ha sperato confuso e occhialuto in assemblee e cortei che il mondo sarebbe cambiato. Si è invaghito di una notte polacca e deciso che sarebbe rimasto. Ha fatto a gara di vodka seduto su un davanzale e poi non ricordare. Ha incontrato una piccola donna un volo biondo di capelli sul mare verde degli occhi e ci ha fatto un figlio. Ha rubato per scherzo e lo pagò cinque dita e uno spavento. Ha già visto in faccia il suo diavolo la sua dannazione. Ha messo guantoni e menato giù botte a un'inquietudine sorella. Ha guidato più forte affondando il pedale urlando sopra il fischiare delle gomme e sfidando a ogni azzardo dietro la curva l'agguato bianco del Brigante di Strada. Ha portato un jet nei corridoi del cielo rigando l'azzurra vernice e una gioia solare. Ha girato un bel pezzo di mondo là qua dove non fu mai. E ancora va e ci muore. Va. Con un pensiero così intenso e prepotente pioggia veleno diluvio assassino che occupa tutta l'aria che fende. Che lo riempie e gli pompa il cuore come grandine più leggero più selvatico più rapido della sua corsa. Ogni tanto si ferma. Si fa andare a terra lentamente gravemente srotolando le costole come cingoli di trattore. Cucaio a metà della speranza cambiò percorso. E poi non ha più corso. Cucaio non imparerà mai a correre bene più mulo che cavallo. Se un giorno si svegliasse senza più niente dietro nè ai lati ma solo davanti allora sì che andrebbe ma per andare dove? Cucaio sa che in città si cerca la campagna in campagna si vuole la città dovunque si sogna il mare. Un mare madre che lui non conosce. Non sa se c'erano scogli di carbone dolce nella stagnola di un quarto squagliato di luna che manca brivido mulatto o un bianco volar via di piccoli cuori pescatori nell’acqua secca di un cielo astratto. Un torvo mattino di rame calcagni e catrame senza rughe senza aerei satelliti e comete o nuvole appaiate come sardine sott'olio. Forse nervi e fruste di uragani e un urlo dalla sua anima più scura e profonda tra le vertebre bianche di vetro schiumose e cavalloni branchi di leoni grigigialli all'assalto di spiagge cianografie blu muffa spiriti di sabbia fra le dune calve sulle orme perse da qualcuno o onde tendine di vecchi salotti a chiudersi su farine calde corpi di sirene bionde e su un tramonto fiammingo stucchi tortora lingue di fuoco ori peltri ottoni acini d'uva fragola suono di un'acqua senza sponde morta senza vento nei polmoni gabbiani in bianco e nero ferro liquefatto imbalsamato silenzio riposo di remi e vernici su terre impanate o luce nera di lattughe marine soffio buio nella notte barche stelle basse insonni a ramazzare le stanze di Nettuno vertigine di spiccioli di pesci. Cucaio ha vene amare e salate. I suoi si amarono sotto un sole d'isole. Cucaio vorrebbe annerire le sue ossa come pietra consumare catramare tracimare fiumare schiumare chiamare quel mare. Per calmare il suo sangue per domare il suo ansimare per infiammare la sua impossibilità d'amore. Cucaio non sa ancora amare ciò che ha. Non sa non amare quel che non ha. Così va e va. Funambolo senza filo sul bordo dell'abisso della sua vita tra esaltazione e pericolo rischio paura. S'irrigidisce lo sguardo di fronte s'abitua al silenzio. Dà assenza alle cose. L'uomo e il mago si separano si danno la pace. Si lasciano senza rancore. Cucaio vi chiede perdono se gli avete talvolta fatto del male. Vi perdona per essersene andato. Bisogna pur arrivare in un posto per partire di nuovo. Gli stambecchi muoiono salendo sulla cima più alta piantando le gambe ossute in terra sulla roccia roccia essi stessi guardando al sole per l'ultima volta. Le conchiglie dopo un viaggio lunghissimo soffiate dall'oceano immenso a naufragare a un passo dalla vita e il mare ancora nelle orecchie. Le cicale cantando una sola notte irreale come una cattedrale. Finendo. Frinendo. Virgilio come la guida di tutti i poeti smarriti l'unico che trattò Cucaio da uomo e gli insegnò la sua faccia sorridente cadde da angelo in volo le sue ali non si aprirono per abbracciare l'immortalità. Cucaio sa che tutte le domande sono una sola. Così spera e dispera che un dio ci sia. Quel Dio che dorme nella pietra respira nelle piante sogna con gli animali si desta con l'uomo. Il primo atto di un uomo è piangere. Si sveglia ogni volta bambino poi cresce nel corso del giorno. Cucaio è il piccolo uomo che non sa pronunciare il suo nome che altri il mondo gli ha dato che non conosce risposte solo sillabe suoni fonémi che balbetta per un senso alla vita. Sua. Degli esseri delle cose delle stelle. Raddrizza la testa chinata da un lato. Ha capito. Pace per ciò che gli è stato dato e per quello che nessuno gli dette mai qualcosa così poté trovarlo da solo un cuore una luce di semplicità forse un mondo uomo sotto un cielo mago forse sé

Cucaio ora è libero è un uomo oltre


DAGLI IL VIA

L'uomo
che corre l'ora del gallo
polmoni che gonfiano le costole
di un'aria di metallo

e gomiti di treno
sara' piu' mulo o cavallo
i piedi si spaccano di collera
martelli sul terreno

lasciai per sempre a questo braccio destro
un portafortuna d'acqua incandescente
feci l'amore il primo insieme a una
senza guardarla mai ne' dire niente
vidi il diavolo piu' volte in faccia
misi i guantoni e scaricai giu' botte
guidai fischiando sulle gomme a caccia
del mio Brigante di Strada bianco nella notte

dagli il via
falla scorrere
la pazzia
dentro me che mi grida
o la corsa o la vita

dagli il via dagli liberta'
che non sia mai piu' qua
dove fugge e va dove non fu mai
dagli il via a questo uomo che va.

L'uomo
in cerca del suo destino
polpacci si tendono piu' solidi
di ruote di mulino
e grandine di cuore
in un diluvio assassino
ricade giu' e srotola le vertebre
cingoli di trattore

mi ubriacai di una citta' polacca
e vodka e vento e non sarei tornato
rubai e costo' una mano e uno spavento
bruciai una macchina e il mio passato

fui tra luoghi santi e spogliarelli
portati un jet nei corridoi dei cieli
sorpresi donne a sciogliersi i capelli
come poterne sapere odori e gli altri peli

dagli il via
fagli prendere
la sua scia
che non c'e' solitudine
quando si e' soli

dagli il via dagli liberta'
che non sia mai piu' qua
dove fugge e va dove non fu mai
dagli il via
a questo uomo che sa l'amore
e ama meno
che sa il dolore che si da'
pioggia e veleno
e sempre va e muore

dagli il via dagli liberta'
che non sia mai piu' qua
dagli il via dagli liberta'
che non sia mai piu' qua
dagli il via dagli liberta'
a quest'uomo che va

Torna su
 

 

 

IO DAL MARE

 saranno stati scogli di carbone dolce
dentro il ferro liquefatto
di una luna che squaglio' un suo quarto
come un brivido mulatto
o un bianco volar via di cuori pescatori
acqua secca di un bel cielo astratto

chissa' se c'erano satelliti o comete
in un'alba senza rughe
larghe nuvole di muffa e olio
appaiate come acciughe
o una vertigine di spiccioli di pesci
nella luce nera di lattughe

e io
dal mare venni e amare mi stremo'
perche' infiammare il mare non si puo'
aveva forse nervi e fruste di uragani
scure anime profonde
tra le vertebre di vetro e schiuma
urla di leoni le onde
o tende di merletto chiuse su farine
corpi caldi di sirene bionde

forse era morto senza vento nei polmoni
graffio di cemento bruno
barche stelle insonni a ramazzare
nelle stanze di Nettuno
o turbini di sabbia tra le dune calve
sulle orme perse da qualcuno

e io
dal mare ho il sangue e amaro rimarro'
perche' calmare il mare non si puo'

i miei si amarono laggiu'
in un agosto e un altro sole si annego'
lingue di fuoco e uve fragole
quando il giorno cammina ancora
sulle tegole del cielo
e sembra non sedersi mai.

E innanzi al mare ad ansimare sto
perche' domare il mare non si puo'
e come pietra' anneriro'
a consumare
a catramare
a tracimare
a fiumare
a schiumare
a chiamarequel mare che fu madre e che non so...

Torna su
 

 

 

NASO DI FALCO

 Fu il sogno di volare solitario
la' dove soltanto il falco va
ma era ancora incerto come un pulcino bagnato
in cerca di tornar nel guscio
appena nato
e di quel falco cacciator di stelle
pur non avendo le ali mai
gli venne naso e gambe a guadagnare un ramo sospeso
e gli occhi andavano lontano
e senza peso

perche' crescono i capelli
come l'erba sopra le campagne
e se i pesci ed i coralli
hanno mai veduto le montagne
chi colora una farfalla
e se stanno le isole a galla

perche' il cielo e' cosi' azzurro
quando l'aria e' trasparente e non si tocca
se le stelle fanno un carro
se la luna ha veramente occhi naso e bocca
se l'inferno non esiste
non e' anche dentro me

naso di falco
a becco in su
sull'albero piu' alto
guarda laggiu'

chi ha ingannato il cielo ad Ustica
chi ha imbiancato Medelin
chi ha ne gato gia' Timisoara
mille aghi nella mente e niente mai risposte

se ci fossero due soli
che cosi' sarebbe sempre giorno
perche' pure gli animali
non si fanno un fuoco e stanno intorno
l'acqua non si puo' tagliare
e se e' maschio o femmina il mare

se si puo' scavare un pozzo
fino al centro della terra e che si trova
e il mio cuore di ragazzo
perche' batte e se mai battera' una guerra nuova
se i cavalli delle giostre
corrono le praterie

naso di falco
a becco in su
e il tempo e' freccia e arco
e soldato blu

chi ha insozzato il vento a Chernobyl
chi ha assetato Napoli
chi ha schiacciato i cuori dell'Heysel
mille aghi nella mente e niente mai risposte

Naso di falco                                       (si è fatto grande il piccolo guerriero)
a becco in su                                      (legni incartati non ci son più)
il tempo e' freccia ed arco             (da cavalcare sul sentiero del sole)
e non torna piu'                                 (e del serpente contadino)
cuore all'assalto                               (fu il sogno di volare solitario)
a becco in su' lassu'                        (là dove solo c'è verità)
di un albero piu' in alto                    (incerto come un uomo che si è perduto)
di tutto il blu                                        (e cerca di tornare indietro)
per salire lassu'                                 (dove un sogno è ancora libero)
per salire piu' su'                               (l'aria non è cenere)
per salire piu' su'                               (la mia casa è sopra un albero)
per salire piu' su'                               (nelle strade ci si perde in cielo e in mare no)
per risalire lassu' di salire lassu'  (dove un sogno è ancora libero)

Torna su
 

 

 

IO LUI E LA CANA FEMMINA

Quando la notte e' passata al passivo
alle sette passate oltrepasso la porta
e sorpasso il passetto di passiflora
e passo impassibile i pollici
nei passanti dei jeans appassiti passabili si
passionale passeggio e ripasso i miei passi
in un paesaggio di passeri passeggieri
un passaggio a compasso
in passerella nel cielo
che spasso andarcene a spasso

Lei e' una taccagna culona invadente
rumorosa indolente pallosa civetta esagerata
benedetta e' sempre stata vergine
lui e' un arcano signorino taciturno angoloso
un po' fregnone barone bulletto sniffatore
banedetto e soffre il mal di macchina
quanti bastoni sassi volati in aria dentro gli occhi pronti via
e le rincorse alleprate le frenate le lingue rifiatate
benedetti io lui e la cana femmina
dietro la citta'
e un vento sulle teste
che ci annusa e va

ce ne andiamo a spasso
felici nella coda
il cuore suona
da contrabbasso
e andiamo con la vita addosso
e addosso a questa vita
come a un osso
da rosicchiare

uomini o animali potremmo stare bene
da uguali
anche imbarcarci in un porto
e correre a girotondo il mare
e non tornare piu'

 

cosi' tutto passa e ripasso i miei passi
in un passaggio di passeri passeggieri
un passaggio a compasso
un passaporto del cielo
che spasso era andarcene a spasso
passo e chiudo

Torna su
 

 

 

STELLE DI STELLE

 io sperai di esser tre quelli
che camminano le vie ribelli
stelle di stelle
sudici eroi
quei cialtroni degli artisti
scopatori pederasti tristi
incantatori aquilonisti
egoisti
quelli che qualcuno cresce
al riparo dalla realta'
fuori dai guai
senza un' eta'
soli
quelli che son tutto e niente
che non vivono mai veramente
ma neanche poi
muoiono mai
io in che parole fuggiro'
polvere e sere corse via
dentro il bicchiere clessidra

che butto giu'                                              (puo' il cielo)
come un timbro dolce agro                    (finire qui)
si stacco' da quel suo corpo magro    (ci pensi)
e un fumo blu                                               (si)
l'accarezzo'                                                 (no puo' il mare fermarsi prima)
nelle pieghe delle mani                            (dell'orizzonte)
sciolse il tempo con monotonia            (lo vedi)
sempre cosi'                                                (si)
fu questa mia storia                                  (non puo' mai una storia)
spinse tutto il fiato in gola                       (sfuggire)
e una lunga ruvida parola                       (se tu non vuoi)
e il mondo li'                                                 (morire)
senza di noi                                                  (senza di noi)
anche le stelle bruciate lassu'              (anche le stelle bruciate lassu')
dal palco scesero                                      (viaggiano per l'eternita')
a popolare i sogni della gente               (a illuderci negli occhi che)
si spense il viso                                          (per sempre c'e')
il suo sorriso                                                (una luce)
e la voce                                                       (su chi non sa piu' cantare)

Torna su
 

 

 

VIVI

Cosa vuoi di piu' che avere
il solo guaio delle nubi e un sole nella
pelle su quelle spiagge di vernici e di silenzi bere
a sorsi piccoli i tuoi baci come fontanelle
mattino presto e code splendide di primavera
stanchi di vento e non di noi

cosa vuoi di piu' entravamo
in quella casa senza tende senza niente dentro
e al centro su una sedia sopra il mondo ci amavamo
in un abbraccio sospirato come un ballo lento
e con le labbra morse e pallide c'inseguivamo
l'ultima nostra faccia

Vivi eravamo
come aria semplice
vivi eravamo
come fuoco giovane
a cuore nudo vivi eravamo
come acqua umile
vivi come terra fertile

Cosa vuoi di piu' che andare
mettendo tutta l'aria di una sera nei polmoni
come aquiloni nelle vie degli altri camminare
cercando una paura nuova e il buoi dei portoni
tirarti su la gonna farlo in piedi e assaporare
la nostra dura affinita'

Cosa vuoi di piu' stavamo
senza vestiti senza tempo senza altro sotto
il tuo cappotto e con le gambe ci accarezzavamo
e un cielo pesto e Dio se la mandava giu' a dirotto
e dentro agli occhi allarmi a bestemmiarci io ti amo
riflessi americani

Vivi eravamo
come aria semplice
vivi eravamo
come fuoco giovane
a cuore nudo
vivi eravamo
come acqua umile
vivi come terra fertile

 

che vuoi di piu' che avere
il solo guaio delle nubi
e non vedere mai chi soffre
e muore e non ha dubbi
tanto e' lontano e non lo sai

Torna su
 

 

 

LE DONNE SONO

Io ne ho avuta
una ch'era un guaio piu' delle cambiali
e piangeva
alle feste e rideva ai funerali
marinai
questi uomini
e le femmine
sono lontani
oceani 
io con una
mi ricordo il primo bacio che le detti
attento a dove il naso va
e lei rimase tutto il tempo a denti stretti

io di un'altra
che fu al buio gridolini e friggi friggi
quando accesi l'abajour
e scoprii l'orsetto con i baffi grigi
naufraghi
su un tavolo
che galleggia nel vino
uomo in mare
salvatelo  
le donne sono streghe e fate
silenzio di occhi vento di ginestra
tutte le stesse gambe accavallate
bambine di cortile direttrice d'orchestra
le donne fanno l'improvviso
e uomo tu non potrai mai sapermi
e sono Eve e uve e male e mele in Paradiso
e noi chi siamo noi i serpenti o i vermi  
le pattinatrici
girano nella tivvu'
tagliano un'aria di ghiaccio
saltano su'
appese a un braccio
e piccoli studiati gesti
e piroette
nei costumi celesti
e le melette
nelle guancie
prendono fiato
e prenderanno un di' marito
e con la stessa grazia
ripiegano le ali in giu'

o belle o brutte
le donne sono proprio tante
e se si potesse farne una sola
di tutte
ma anche quella sola no
sai che c'e'
che beviamo contiamo saltiamo

Torna su
 

 

 

DOMANI MAI

Io
staro' con te
sia insieme a te
sia senza te
tu
tu mai sarai
ne' senza me
ne' insieme a me

io su di te
voglia che striscia disperata
e tu aggrappata alla mia schiena liscia tu
sopra di me
e macchie avide sul collo
e coscie tese
e nelle reni un crollo

e polveri
di luna nei cristalli
degli occhi tuoi
bucati a fare entrare i miei
e noi sciacalli
di baci sulle labbra
unghie rapaci sulla pelle
senza stelle ne' indulgenza
in questa gabbia

domani domani
domani non arriva mai
domani domani mai
domani domani
questo domani non c'e' mai
domani domani mai

mai piu' noi due
soltanto io e te
ma senza noi

restiamo poi
nudi e piu' spogli di chi e' nudo
e il letto e' un nido caldo nella giungla
e la speranza e' una notte troppo lunga
e non abbiamo neanche un volto
e non abbiamo un corpo
e tutto e' sciolto

nei muscoli
lasciati senza forza
due pugili
sfiniti che si abbracciano
e il gusto e' scorza
di un frutto di savana
un fiume asciutto i nostri fianchi
sassi stanchi e sguardi bassi
smorfia gitana

noi morimmo per far vivere altri due

domani domani
domani non arriva mai
domani domani mai
domani domani
questo domani non c'e' mai
domani domani mai

no hay manana

Torna su
 

 

 

ACQUA DALLA LUNA

volevo essere un grande mago
incantare le ragazze ed i serpenti
mangiare fuoco come un giovane drago
dar meraviglie agli occhi dei presenti
avvitarne il collo e toglierne il respiro
un tuffatore in alto un trovatore perso
far sulla corda salti da capogiro
passare muri e tenebre attraverso
come un cammello entrare nella cruna
librarmi equilibrista squilibrato
uno che sa stralunare la luna
polsi di pietra e cuore alato

e stupire tutti quelli
che non sanno la fortuna
che non hanno mai una festa
i tristi e i picchiatelli

io lasciavo a casa un figlio
gli occhi dietro la finestra
un saluto nel berretto
e non usci' un coniglio

accorrete pubblico
gente grandi e piccoli
al suo numero magico
vedrete
mille e piu' incantesimi
piano non spingetevi
costa pochi centesimi

volevo diventare un pifferaio
stregare il mondo ed ogni sua creatura
crescere spighe di grano a gennaio
sfidar la morte senza aver paura
e mettere la testa in bocche di leoni
un domatore vinto un cantastorie muto
far apparire colombi e visioni

l'uomo invisibile l'uomo forzuto
lanciar coltelli e sguardi come gelo
saper andare in punta delle dita
uno che si getta a vuoto nel telo
del lungo inverno della vita

e portare sopra un carro
elemosine di cielo
tra silenzi d'ospedale
e strappi di catarro

io restavo zitto a fianco
quando mamma stava male
e sembrava Pulcinella
dentro il pigiama bianco

accorrete pubblico
gente grandi e piccoli
al suo numero magico
vedrete Cucaio
in mille e piu' incantesimi
piano non spingetevi
costa pochi centesimi

se sapessi un di
innamorarmi di quelli che
non ama nessuno
se potessi portarli li'
dove il vento dorme
se crescesse acqua dalla luna

Torna su
 

 

 

TAMBURI LONTANI

Ognuno ha il suo tamburo
un solo ritmo
un canto
della comune solitudine
che noi mettemmo insieme
a starci un poco accanto
su questa via dell'abitudine

il tempo vince sempre
il tempo lui soltanto
si muove e noi restiamo immobili
finche' ci porta un suono
atteso chissa' quanto
e ci promettiamo indivisibili

alberi che sfilano come persone care
fantasmi della strada
devi prendere o lasciare
si comunque vada non come volevi
battono i tamburi battono piu' lontani
e' giusto cosi'
non chiesi mai qualcuno che comprasse la mia infelicita'
(tam tam tam)
non piansi mai davanti alla tristezza ma versi l'onesta'
(tam tam tam)

dimmelo anche tu
che il tempo non ci ha sconosciuto
male e bene mio
che dopo ti hanno amato meglio
si ma non di piu'
di tutto il poco che ho potuto io

vieni padre mio
usciamo a fare un giro e guida tu
e guarda avanti e non parliamo piu'
albero padre con un ramo solo

e come tutto torna e come tutto passa
le cose cambiano per vivere
e vivono per cambiare
il mare s'alza e abbassa

ed ogni giorno siamo dietro ad una cassa
a dare il resto e poi sorridere
un ballo senza fiato se la banda passa
e finche' non smetti di rincorrere

le storie muoiono quando c'e' piu' paura
di perdersi che voglia di tenersi e com'e' dura
quella soglia e come siamo noi i diversi
cambiano le scene cambiano le battute
e anche i battuti
io non potro' incontrarvi in nessun luogo
in nessun'altra eta'
(tam tam tam)
fermar l'urgenza del mio cuore
il cuore di un uomo a meta'
(tam tam tam)

pensa amore mio
che t'insegnai mille altri cieli
e non seppi mai
soffiarti il vento sulle ali
aspettai un addio
e il giorno di lasciarmi ti lasciai

credi figlio mio
mi mancano i tuoi baci che non ho
e sono i soli baci che io so
piccolo figlio

e tu compagno dalle orecchie a punta
io ti parlai di me
come a un fratello a cui ci si racconta
io non ne avevo e allora presi te
e quella tua sgomenta
e nostra malattia di vivere

giura amico mio
che glielo metteremo ancora li'
a questa vita che va via cosi'
senza aspettarci

tam tam tam
tam tam tam

Torna su
 

 

 

NOI NO

come sara' un giorno perdere
la strada e andare via
incontro alla realta'
farsi travolgere da un vento di follia

come sara'
le mani stringere
con tutta l'energia
che l'aria ci dara'
le onde a fendere
sassi schizzati via

avremo ancora braccia
come ali libere
di bere giorni e sere
e un sole di isole
su questa nostra faccia
parole e musica
ad asciugarci gole
per una verita'

noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi o noi mai piu' rubati

come sara'
spaccare il mondo in due
sputare il nocciolo
con quell' ingenuita'
delle canzoni mie
di un cuore incredulo

avremo le speranze
di figli in prestito
che presto cresceranno
un anno e' un attimo
e un cielo accenderanno
comete come te
e quanto amore e sete
che possa piovere

di piu' giu' in fondo la'
piu' su piu' in alto
ancora oltre

noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi o noi mai piu' rubati

noi che mai
finimmo di aspettare
provando a vivere
e non vogliamo andare
in paradiso se
li' non si vede il mare

noi no
noi noi no
noi o noi mai piu' rubati
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi o noi mai piu' rubati
noi noi no
noi noi no
noi noi no
noi o noi mai piu' rubati
noi noi no
noi sogni di poeti

Torna su
 

 

 

SIGNORA DELLE ORE SCURE

signora delle ore scure
pelle sfumata d'ombre in fuga dalla stanza
sugli occhi un guanto di luce
accarezzai l'idea di lei        in lontananza

signora delle ore scure
dolci colline intorno a un muschio vellutato
misteri oltre le ciglia
furtivo come un gatto io mi son laveto

vecchio compagno che aspetto il mio animaletto
sono piu' grande ho dormito piu' di lei

e del suo cuore
chiuso in cantina
delle sue guancie
pane caldo della mattina

di quel suo viso
diamante puro
di quella schiena che le tiene l'anima
stretta al sicuro

ti succhierei per ore e piu'
cioccolatino nella bocca
senza mai mandarti giu'
signora delle ore dure  amazzonica
adolescente nuca        morbido sentiero
dove cammino i miei sguardi
a guardia del suo sonno         immobile guerriero

signora delle ore dure  caraibica
alba sbucciata odore aspro di un'arancia
le ragnatele del giorno
da allontanare via da lei con una lancia

ma c'e' una lampada accesa      no e' solo il sole
solo di sole se riuscissi a vivere

dei suoi capelli
alghe del mare
di quei suoi occhi
olive dolci e mandorle amare

di quelle brune
nomadi dita
delle narici    Dio le benedica e' li'
che prende la vita

piccolo chicco di caffe'
tu non mi devi sempre credere
ma sempre credi in me



non voglio che tu sia un ostaggio
in questo disperato viaggio
l'agnello messo sull'altare
del mio villaggio di fumo
che tu sia solo un tatuaggio
su questo petto di selvaggio
un flipper preso per i fianchi
a farsi coraggio e uomo

fra quelle braccia
colme di seno
su quelle gambe
rami forti e umido fieno

sopra il suo corpo
preso ai pittori
su quella bocca che qualcuno le compro'
al banco dei fiori

e fu cosi'      lei dentro un sogno
lei stessa un sogno una vaghezza
io le invidiavo la purezza
dell'impossibile        il suo cammeo

il musicista ritrovo'
la musica sua sola sposa
la musa allora ritorno'
al suo museo
Torna su
 

 

 

NAVIGANDO

il vento era una sciarpa
l'aiutai a rimettersi la scarpa
lieve follia aerea
un'astronave la terrazza
Dio quanto dice e' buffa e pazza
ci urtammo verso la finestra
e lei veniva dalla destra

fiutai che notte era
una notte bucaniera
la calza rotta
seguiro' la rotta della calza
sento la curva delle coscie
mollo l'ancora e le angosce

navigando il mare
navigando il cielo
navigando il cuore
io e te
chissa' se questo cuore
e' abbastanza grande e comodo per due

navigando sulla luna
che lasciammo in alto
soldo di fortuna        a girar su'
con la sua faccia a smalto
dalla parte quella buona cadde giu'

nell'aria lenta e blues
ride a sbuffo come un autobus
versa parole nel mio orecchio
e un vino dolce esca
io dentro una camicia fresca
duro' fino al mattino presto
il sequestro del maestro

e tra le nostre dita
una strana calamita
e mi scavava dentro i desideri
quella talpa
dimmi la volta che si salpa
un di la barca rivernicio
mi piazzo sotto a quel tuo ufficio

navigando il mare
navigando il cielo
navigando il cuore
io e te
chissa' se questo cuore
e' abbastanza grande e comodo per due

navigando sulle onde
dalla pelle d'oro
lei che mi confonde poppa e prua
dov'e' la mappa del tesoro
per cercare un'isola    la tua
e navigando naufrago su te

tra capelli indiani
labbra arabe
occhi venezuelani
gambe andaluse
piedi africani
seni tahitiani
fianchi tropicali
caviglie zingare
sopracciglia orientali
sbarco in Normandia

navigando il mare
navigando il cielo
navigando il cuore
io e te
chissa' se questo cuore
e' abbastanza grande e comodo per due

navigando alla deriva
vento di bonaccia
guardo nella stiva cosa c'e'
una lattina vuota tra le braccia
bella e primitiva       insieme a te
io sono stato Ulisse Simbad Gilgamesh

restai solo a bordo
come un lupo nella tana
cupo e sempre piu' balordo
e neanche un'isola italiana
dalla bocca rossa
gli occhi verdi
e i denti bianchi
per riposarsi almeno un po'
quando ci si sente stanchi
Torna su
 

 

 

LE MANI E L'ANIMA

che cos'era
un vigore denso nulla
forse un vento di preghiera     roco
sotterraneo     gli occhi morse il fuoco
di un'aurora boreale    criniera

nella ruggine di capelli
acacie dalle mille foglie
lunghi omeri di uccelli piume
che bagnarono   labbra argille  fiume
di sudore malva e miele di selva

si gonfiarono nella pelle
vene di sentieri rossi
tra le alte erbe del sonno
fresco alito    di gazzelle acerbe
nelle gambe respirai

scese rapide    nella gola
acqua di saliva e schiuma
lungo collo di puledro
come un fulmine lacrima di cedro
dalla fronte mi asciugai

salvatemi
e liberatemi
ridatemi
le mani e l'anima
        che vu campa'
sfamatemi
e dissetatemi
lasciatemi
le meni e l'anima

che cos'era
una vibrazione nuda
forse un'innocenza nera calma
di crepuscolo   lamine di palma
le mie braccia  di ambra scura  corteccia

diventarono     i miei nervi
antenne scosse di sciamani
svelti tendini di cervi rami
a scorgere      i pensieri      sciami
di locuste      sogni d'aria    lpugni

si serrarono    contro i fianchi
caimani sotto il limo
giu' nel sesso di ramarro
coscie d'ebano  piedi come granchi
che fuggirono maree


e scattarono    le caviglie
sulla rinoceronta terra
anima del mondo interi
si piantarono   mistico mistero
radici della nostalgia

salvatemi
e liberatemi
ridatemi
le meni e l'anima
        che vu parla'
sfamatemi
e dissetatemi
lasciatemi
le mani e l'anima
e io ci lasciai la mia  africanima
Torna su
 

 

 

MILLE GIORNI DI TE E DI ME

Io mi nascosi in te poi ti ho nascosto 
da tutti e tutti per non farmi piu' trovare
e adesso che torniamo ognuno al proprio posto 
liberi finalmente e non saper che fare

non ti lasciai un motivo ne' una colpa 
ti ho fatto male per non farlo alla tua vita
tu eri in piedi contro il cielo e io cosi' 
dolente mi levai imputato alzatevi

chi ci sara' dopo di te 
respirera' il tuo odore 
pensando che sia il mio
io e te che facemmo invidia al mondo 
avremmo vinto mai 
contro un miliardo di persone
e una storia va a puttane 
sapessi andarci io...

ci separammo un po' come ci unimmo 
senza far niente e niente poi c'era da fare 
se non che farlo e lentamente noi fuggimmo 
lontano dove non ci si puo' piu' pensare

finimmo prima che lui ci finisse
perche' quel nostro amore non avesse fine
volevo averti e solo allorami riusci' 
quando mi accorsi che ero li' per prenderti.

chi mi vorra' dopo di te 
si prendera' il tuo armadio
 e quel disordine 
che tu hai lasciato nei miei fogli 
andando via cosi' 
come la nostra prima scena 
solo che andavamo via di schiena

incontro a chi 
insegneremo quello che 
noi due imparammo insieme 
e non capire mai 
cos'e' se c'e' stato per davvero 
quell'attimo di eterno che non c'e' 
mille giorni di te e di me...

ti presento 
un vecchio amico mio 
il ricordo di me 
per sempre per tutto quanto il tempo
in questo addio 
io mi innamorero' di te...
Torna su
 

 

 

DOV'E' DOV'E'

"questo secolo finisce dieci anni prima
        il duemila ha perso la sua Buona Novella
        ci resta sempre Novella 2000
        ma vedremo ugualmente le stelle da vicino
        perche' i paparazzi hanno tutti figlimissili"

chi m'ha visto no gli venga in mente    aio'
di chiamare la mia conduttrice          aio'
quell'astuta    scimmia oscura  tessitrice
di ricami e trame dell'oriente          aio'
lei m'ha fatto uscire dalla frasca              aio'
con un colpo di cannone aio'
tutto nudo e la bandiera bianca in tasca
a strapparmi la mia confessione         aio'
       
                "aveva un nascondiglio e stava li'
cucaio aio'     per ore nostro figlio"

sentinella delle mie frontiere          aio'
finanziera vecchia volpe grigia         aio'
lei mi ha chiesto che cos'hai nella valigia
con quel ciglio in su da doganiere              aio'
io portavo via di contrabbando          aio'
la mia anima in pena                    aio'
quando m'ha intimato alt dove stai andando
vado a vivere in una balena             aio' aio'

                "disse presente all'appello ma
cucaio aio'     sembrava un poco assente"

dov'e' dov'e'
sta in un buco di affittacamere
e' sfollato     non c'e' non c'e'
forse e' chiuso in bagno a leggere

se il mondo si girasse da una parte     aio'
e se andasse via da sotto il letto              aio'
pronto a cogliermi in flagrante crimine d'affetto
a cercarmi di veder le carte            aio'

e la rossa russa ha mosso e io distratto        aio'
il cavallo oltre la torre                       aio'
e la sua regina nera ha dato il matto   aio'
al mio re che ancora se ne corre                aio'

                "spesso non c'era e non parlava mai
cucaio aio'     buongiorno e buonasera"

dov'e' dov'e'
e' rimasto in guerra a combattere
e' imboscato    non c'e' non c'e'
s'e' nascosto li al Lungotevere



dov'e' dov'e'
dicono che ha un brutto carattere
e' un bandito   non c'e' non c'e'
fammelo ti prego conoscere

dov'e' dov'e'   dacci oggi il nostro disco quotidiano
        questo strimpellatore   dai la mano
dov'e' dov'e'   dai un bacetto a mamma e zia
dov'e' dov'e'   di' la poesia
                da quanto non ti confessi
                dove vai che fai
                dicci di che segno sei
                stai sull'attenti
                che disturbi lamenti
                dacci le generalita'
                dacci la tonalita'

dov'e' dov'e'
ha saltato il muro del carcere
e' braccato     non c'e' non c'e'
l'hanno messo in porta a respingere
        dov'e' dov'e' dov'e'

dov'e' dov'e'
sta sui monti andiamolo a prendere
e' sbandato     non c'e' non c'e'
questo nostro eroe santo e martire

        "s'avvicini l'imputato ai banchi"

signor giudice io nego tutto    aio'
lei e' un uomo che ha studiato  aio'
io non le ho mai detto amore tu mi manche
io l'ho solamente urlato        aio' aio'
                        cucaio aio'
                        aio' aio'
                        baio' baio'

Torna su
 

 

 

TIENIAMENTE

Tienanmen
Tienanmen
Tienanmen
tienanmente
Tienanmen
Tienanmen
tienanmente
Tienanmen
Tienanmen
Tienanmen
tienanmente
Tienanmen
Tienanmen
tienanmente

Torna su
 

 

 

QUI DIO NON C'E'

nebbiosi formicai di case
puzzo bruciato di citta'
                qui Dio non c'e'
fango di vie foruncolose
cristi e marie senza pieta'
bavose anime sperdute
brillocca umanita' di bar
                qui Dio non c'e'
notte di braccia siringate
strade di disperato crack

pagine di libro
da voltare co meccanico dolore
senza aver capito tutto
senza rammentare

ore a pancia sotto
e un treno elettrico girava
e quando deragliava
ci soffrivo un po'

voci stonate di viados
luci bugiarde di reclame
                qui Dio non c'e'
facce piovose di murales
raschi di lama sotto il tram

ho vissuto giorni opachi
come gli ubriachi usano
i lampioni per sorreggersi
non per illuminarsi

fine delle trasmissioni
e andavo a letto
e un panno umido sul petto
di tristezza in me

il mondo e' cosi'
no il tuo mondo te lo fai
questo mondo e' lui che ci si fa

quante volte io
rinnegato lo cercai
e non mi ha cercato mai quel Dio

e volevo solo un segno

ma il cielo e' come un vecchio pazzo
con un violino aspide
                qui Dio non c'e'
pagare di continuo il prezzo
sentirsi sempre un ospite



a rubare il fuoco
ci si bruciano le vite
ma un po' d'aria per campare
si respira anche dalle ferite

piano entravo nella stanza
con il grano ad asciugare
e rotolavo dentro
a testa in giu'

il mondo e' cosi'
no il tuo mondo te lo fai
questo mondo e' lui che ci si fa

quante volte io
rinnegato lo cercai
e non mi ha cercato mai quel Dio

che dormi' nelle montagne
nelle piante respiro'
che sogno' con gli animali
e con l'uomo si desto'

e se non mi fosse andato mai
di bere
avrei imparato a farlo
e allora Dio bevi con me

insieme a me
Torna su
 

 

 

LA PIANA DEI CAVALLI BRADI

nervi lisci di cavalli
a sfaticare sere
a calmarci di sudore
in fiaccole di gelo
inutilita' di foglie
stupide e leggere
nubi di bucato
sugli stenditoi del cielo

come e' duro essere nuovi
avere un'altra storia
io ti amai con noncuranza
senza mai uno scopo
i ricordi sono acqua
e l'acqua e' memoria
il dolore e' sforzo e vino
uccide il giorno dopo

vento di girandole
in mezzo alle immondizie
mi fa freddo cosi' tanto
da cercarti adesso
e ad un certo punto andare
e non dar piu' notizie
solo in compagnia di se'
e chiedere il permessi
per essere te stesso

mai
non odiarmi mai
se mi allontanai
perche' potessi appartenerti

mai
non ti ho vissuto mai
e ti rinunciai
gia' rassegnato a non saperti

quanti addii che immaginai
facchini e treni
a sbuffare intorno
e tavoli di avanzi
in un viavai di camerieri
un fiammingo sole
sta per inchiodare il giorno
rondini croci d'autunno
infilano pensieri
guizzi in occhi di cavalli
laghi nero fondo
anime di ombre
nell'attesa delle stalle
e' un'immensa sala in cui aspettiamo
questo mondo
il futuro e' qui davanti
o gia' dietro le spalle

chiudero' la porta
a far star bene la tua assenza
ci sara' fedele sempre
il cane del rimorso
i cavalli origliano
quest'aria di impazienza
a meta' della speranza
io cambiai percorso
e poi non ho piu' corso

mai
non odiarmi mai
io mi allontanai
perche' potessi raccontarti

mai
non ti ho vissuto mai
e ti rinunciai gia' rassegnato a ripensarti

sudai di sud
di vento diventai

e andai
con la voce andai
coi capelli andai
lungo sentieri di tornadi

e andai
con il cuore andai
fino a che trovai
la piana dei cavalli bradi

scalpitai
scartai
m'impennai
scalciai
galoppai
saltai
m'involai
Torna su
 

 

 

PACE

l'immenso soffio dell'oceano
mi spinge via con se' a naufragare
su spiagge chiare
a un passo dalla vita muoiono
conchiglie e nelle orecchie ancora il mare

s'arrampicano in cima con quei ginocchi secchi
e tutto il mondo giu' respirano
si fanno roccia
e al sole un'altra volta guardano
poi chiudono per sempre gli occhi       gli stambecchi

e io ti chiedo perdono se
fratello a volte tu mi hai fatto male
io non potevo essere come te
un mago         un angelo immortale

pace a noi che abbiamo avuto tanto
da smarrir la luce della semplicita'
quando poi si nasce e il primo grido e' un pianto
e il bambino e' un uomo
che il suo nome
non sa dire mai

nel buio della terra aspettano
finche' lassu' una notte piu' irreale
come in una cattedrale
nell'aria antica cantano
per una sola estate     le cicale

Virgilio cadde mentre era in volo sopra un prato
e le sue ali non si aprirono
guida di quei poeti
che un giorno si smarrirono
lui si che mi tratto' da uomo e adesso e' andato

ed anche noi ci lasciamo qui
Cucaio e non dobbiamo dirci niente
ci serve pure di arrivare qui
per ripartire nuovamente

pace a me che non so amare ancora
cio' che ho e non so non amar quel che non ho
fermo sull'abisso tra il rischio e la paura
cosa non mi uccise
mi lascio' la forza
di vivere

pace a te per quello che mi hai dato
e per tutto cio' che tu non mi desti mai
e cosi' da solo un cuore l'ho trovato
forse un mondo uomo
sotto un cielo mago
forse me

ora sono libero
un uomo
oltre

Torna su

Home  Biografia  Discografia  Testi